Emanuela Filice

Emanuela Filice –
Contributor di Amiche di Smalto

Vacanze in campeggio: se lo conosci lo eviti

Ci sono alcune cose fondamentali che bisognerebbe fare almeno una volta nella vita.
Provare il Big Mac menù per colazione o comunque entro le nove del mattino, comprare il cd tarocco del Festival di Sanremo al casello autostradale della Salerno-Reggio Calabria, inviare un wathsapp compromettente alla persona sbagliata e convertirsi ad una qualsiasi religione che per prima riesca a fare il miracolo del “mancato invio-riprova”e… vivere l’ebrezza del campeggio.

Quest’ultima esperienza è anche consigliata a coloro i quali desiderano vivere sprezzanti del pericolo ma che, ancora, non sono riusciti a fare la traversata in solitaria dell’Atlantico, per dire.

Infatti, se nell’immaginario collettivo il campeggio è un agglomerato di tende e risate dove racchiudere la spensieratezza e lasciare fuori tutto quel bagaglio ingombrante fatto di stress, orari e mutande da lavare, nella realtà è molto, ma molto peggio. Ma andiamo per gradi.

Vacanze in campeggio: diario di una mamma coraggiosa

Diario di viaggio di vacanze in campeggio

Vacanze in campeggio con i bambini

A riprova del mio spiccato spirito di adattamento dimostrato in più occasioni – non ultima la sobrietà con la quale ho accolto la notizia che il mio hair stylist avrebbe chiuso anticipatamente per ferie già a fine luglio – quest’anno ho deciso di provare e far provare alle mie creaturine un nuovo brivido – non alternativo nè sostitutivo alla mia incoraggiante presenza durante lo svolgimento dei compiti per le vacanze, rassicurante e protettiva come un caimano nero dopo sei mesi di digiuno, sia ben inteso – ma ugualmente avventuroso.

Per realizzare questo progetto al limite della sopravvivenza umana, ho pensato di non lesinare in termini di località scegliendo quella che garantisse appena il minimo dei servizi primari e prenotare, quindi, dieci avventurosissimi giorni presso un ameno campeggio in una sperduta località incastonata tra sconfinate pianure e una distesa simil marina, posizionata nella parte meridionale del continente europeo – più volte meta delle puntate, alternativamente, di Donna Avventura e Verissimo Gossip – conosciuta anche col nome volgare di “Riviera romagnola”.

È opportuno precisare che, per portare a casa il risultato, non ho avuto rimpianti nel salutare il mare cristallino della mia Calabria, pulito e calmo come non si vedeva dall’invasione dei Normanni, né chiudere i cancelli della mia modesta dimora a due piani, con giardino all’inglese che sovrasta il mar Tirreno da cui si vedono chiaramente – se non si sono bevuti troppi spritz al tramonto – le Isole Eolie che fanno capolino nell’orizzonte limpido e terso salutandoti con un inchino tremolante.

Vacanze in campeggio: tra avventura e realtà

Una casetta nel campeggio

Dicevo, senza indugio alcuno, con la stessa determinazione con la quale Platinette ha deciso di sottoporsi all’intervento di restrizione gastrica, ho acchiappato bagagli e figli e – sulle note di “Io Vagabondo” – mi sono avventurata per quello che si sarebbe rivelato un viaggio allegro e spensierato almeno quanto la scelta di quel geniale gruppo di ragazzi che ha deciso di entrare nella casa del film “Non aprite quella porta 2”.

Per il vero, devo dire che non ho scelto di soggiornare nella piazzola adibita ai campeggiatori esperti, quelli con la tenda di Decathlon per intenderci, ma ho optato per una casa mobile in pineta.

Giunti in loco, ho subito respirato un’aria nuova – che avrei scoperto solo poche ore più tardi provenire dalla stazione ecologica di Cesenatico – a forte contenuto internazionale. Tedeschi, francesi, inglesi e italiani convivevano pacificamente in un armonico afflato Brexitiano (e non è una barzelletta). Stringevo le chiavi della mia casa mobile n. 33, convinta che sarebbe stata per i seguenti dieci giorni alcova di avventure che quelle di Indiana Jones ne “I predatori dell’arca perduta” al confronto sarebbero sembrate semmai un weekend rilassante a Montecatini Terme.

Ciò premesso – cercando di contenere alla buona il sommo delirio che nel frattempo si era impossessato delle mie creature alla sola vista di una piscina con scivolo e annesso bar dove campeggiava il Magnum gelato in tutte le declinazioni presenti sul mercato – con la stessa fiducia che si ha nell’uovo di Pasqua della Kinder, ho inserito la chiave nella serratura che mi avrebbe dato accesso alla agognata libertà.

Lo scenario che si è aperto alla mia vista e che ancora ho difficoltà a descrivere coincide, più o meno, in termini di metratura degli ambienti, alla casa che le mie figlie costruiscono con i Lego nei lunghi e piovosi pomeriggi invernali. Tutto in uno. Così, giusto per non stare troppo lontani….

A sottolineare l’afflato internazionale, l’assenza del bidet. Ed è subito vacanza!

Vacanze in campeggio: l’ideale per i bambini e per le mamme?

Vacanze in campeggio

Immediatamente ho capito che sarebbe stata la “loro” vacanza, la vacanza dedicata ai figli. Che mi pare pure giusto, povere creature. Bambini tutto un anno costretti a svegliarsi non con il suono ostile e impietoso di una sveglia ma con la voce a tonalità modulata della mamma a seconda che sia il primo, il secondo e il centesimo richiamo che li invita a recarsi in cucina dove trovano la colazione già pronta.

E dunque, dicevo, che fai, non dedichi loro una dieci giorni di divertimento e paura dopo i precedenti due mesi senza scuola?!

Quanto a me, ho saputo sin da subito che avrei rimpianto i viaggi in metro per raggiungere il lavoro più o meno come Sandro Mayer rimpiange il parrucchino ogni volta che deve andare al trucco e parrucco di Ballando con le stelle, ma tant’è.

Ho deciso che avrei iniziato col rifare i letti, o quei loculi che erano deputati al riposo notturno, mantenendo con difficoltà una posizione costante a 90 (che in altre occasioni non mi sarebbe pesata, lo ammetto…), cercando di ficcare lenzuola di mista paglia e segatura sotto a dei materassi a mezza piazza. Lo facevo e ripensavo al tramonto del mio giardino a picco sul mare. Poi pensavo anche che Belen e Iannone erano costretti nella cambusa della loro barca per raggiungere la Grecia e mi sono tranquillizzata.

Ho iniziato così a familiarizzare con le regole non scritte per una sana e pacifica convivenza in campeggio quali, ad esempio, lavare e spazzare subito dopo qualsiasi attività perché, diversamente, in quegli angusti spazi anche una caccola in fuori gioco avrebbe occupato spazio vitale, mentre la mia conoscenza della pizzica mi ha aiutato a zompettare energicamente tra un angolo ed un altro della semi casa senza riportare troppi lividi agli arti inferiori.

Dopo i primi giorni di coma profondo, indotto anche da nottate di semi veglia per via delle zanzare, devo ammettere che la mia casa mobile tra i pini – che quella nella prateria della famiglia Ingalls sembrava una villa di Bel Air – ha iniziato ad esercitare un certo fascino.

La mattina sorseggiavo il mio caffè, guardando le bambine con le biciclette prese a noleggio per l’occasione, che tanto avevavo reso la loro libertà a portata di piede, allontanarsi senza sapere dove andassero e soprattutto quando sarebbero tornate, lasciandomi alle prese con gli aghi di pino che si insinuavano nelle mie infradito e alla questione perdita scarico bagno, a mio avviso irrisolvibile. Ogni tanto mandrie di tedeschi in bicicletta con una quantità di figli a carico – e caricati sopra – che al confronto io sembravo una primipara, mi salutavano augurandomi il buongiorno e sgambettavano lontani lasciando una scia di risatine e allegria che mi faceva salire forte il dubbio che anche loro trascorressero le notti presso il mio stesso camping….

Vacanze in campeggio

Con un po’ di fortuna le giornate trascorrevano senza troppe pretese, senza mare, senza bagno, senza sonno. All’ora di cena, dove il nucleo familiare si ricostituiva, potevo celebrare l’inno alla libertà guardando i volti indomiti delle mie figlie. Ma anche i loro capelli inserciati e i vestiti infangati, per dire.

Il più piccolo intanto per la prima volta nella sua vita aveva acquisito un ritmo sonno-veglia che non mi faceva rimpiangere di essere portatrice sana di ovuli iperattivi e amen.

Dopo qualche giorno ho iniziato a non rifare più i letti, cadendo in uno stato di abbrutimento tale che anche la parola bidet nel nulla cosmico suonava solo come locuzione pleonastica. Intanto i miei vicini montavano e smontavano barbecue come se non ci fosse un domani mentre io mi sentivo già fortunata ad avere in frigo le uova necessarie per cucinare una carbonara. Con il trascorrere dei giorni la mia abbronzatura, faticosamente acquisita nel gioioso periodo trascorso in Calabria, lasciava spazio ad un viso pallido e scarno, con occhiaie profonde che solcavano il contorno occhi e un calo di peso evidente, come unica nota positiva, dopo mesi e mesi di rigido regime alimentare, mentre tutte intorno a me allegre comitive si aggiravano in bici e a piedi, felici del nulla e anche di scolarsi litri di birra, per essere onesti.

Intanto sbirciavo su facebook le foto postate dalle mie amiche, belle, abbronzate con sfondo di mari e mete meravigliose. Puglia, Sardegna, Croazia, San Gimignano, Battipaglia, Bergamo Alta, Frosinone, Catanzaro. Tutto mi sembrava bellissimo.

Ma proprio quando pensavo di aver raggiunto l’ascesi, ecco riaffiorare le prime avvisaglie che la sfiga era venuta in campeggio con me. Il mio piccolo sanguisuga ha iniziato a tossire di una tosse che non lasciava presagire nulla di buono e – quando ormai ero rassegnata ad affidarmi a qualche sciamano locale – ho scoperto che esisteva la civiltà appena fuori da quel cancello. Ho indossato la mia bandana Choker e mi sono avventurata alla macchina con il bambino in braccio, manco fosse una scena di Apolalypse Now, destinazione Pronto Soccorso di Cesenatico. Lì dopo aver acceduto alla fila dedicata ai turisti, gli è stata diagnosticata una iniziale bronchite con necessità di somministrare antibiotico.

Rientrata nell’accampamento, ero affaticata ma ancora, tutto sommato, fiduciosa che la vita mi avrebbe concesso giorni di quiete e serenità (a quel punto avevo iniziato anche io a cedere alla birra…).

E invece no. Tempo un paio di giorni, a conclusione dell’ennesimo giro di ricognizione in bici, una delle mie innumerevoli figlie ha iniziato ad accusare dolori all’orecchio sinistro. Senza troppo indugiare, ho fatto trascorrere la notte pregando in sanscrito, e – in assenza di miracolo – il mattino seguente mi sono decisa ad avviarmi verso i noti locali del Pronto Soccorso di Cesenatico, portandomi a casa una otite e un antibiotico (diverso dal primo).

Mi son detta “forse non ci sarà il sole, forse non ci sarà mare. Ma per dinci, ci sarà almeno la bici” (cit. parziale My Best Friend’s Wedding).

E infatti la bici c’era e come! Sul selciato, sgarrupata con mia figlia scatafasciata sugli aghi di pino.

Al Pronto Soccorso di Cesenatico quando mi hanno vista entrare con una ennesima creatura in braccio, diversa dalle prime due, non mi hanno dato il buono per Mirabilandia previsto in casi simili, ma quello per la Parafarmacia all’angolo, proprio alla fine del Lungomare e un’immaginetta di San Giacomo (Patrono locale).

Referto: frattura composta in sede meta-diafisaria distale dell’omero.

Rientrata nel capanno adibito a lazaretto, mi sono soffermata a riflettere sul fatto che con dei figli piccoli, questi sono incidenti facilmente prevedibili. Che non c’entra affatto la sfiga ma solo un accanimento probabilistico di eventi nefasti concatenati a ripetizione. Non mi sentivo affatto abbattuta, almeno non più di quanto non lo fossi all’arrivo, ma di certo ero più risoluta. A fare i bagagli e telare lontana. I malanni si curano meglio in una villa a piombo sul mare, si sa.

Ho deciso così di salutare con sguardo nostalgico questo ameno luogo che dovrebbe entrare di diritto negli itinerari previsti nel catalogo di “Avventure nel mondo”, al pari del Cammino Inca di Machupicchu, per intenderci.

Mi sono fermata al primo autogrill per giocare i numeri corrispondenti alle simpatiche giornate trascorse al pronto soccorso, consapevole che, se pure non mi fossi portata a casa un tesoretto, avrei avuto un racconto pazzesco da sdoganare durante qualche pallosa e pseudo romantica cena e un monito per chi volesse avventurarsi nella salutare natura.

Attenzione. Che tra salutare e sanità è un attimo, eh?!

Nota dell’autore. Un ringraziamento particolare al servizio sanitario della Regione Emilia Romagna.

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